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Date Maggio 2, 2008

Difficile non è capire le donne, ma farglielo ammettere.

la punteggiatura interiore

Date Maggio 2, 2008

L’ho trovato tra le bozze del blog.  Datato primo aprile 2004.  Belli sti regali che ti fai da solo.

Tipo: quattro anni fa ero così

Ieri mi è arrivata una mail e ho risposto. Nell’economia di una giornata
direi una cosa abbastanza normale, nell’economia mia no. Il particolare
importante di questa mia risposta è che molto lunga, articolata e complicata
come costruzione interna e come portata significante; la cosa che la rende
un evento non normale della mia vita è che per scriverla ci ho messo
relativamente poco tempo.

Ci pensavo mentre la rileggevo: “Però, quanto poco tempo ci ho messo”, io
che vado al ritmo di una riga alla settimana, se devo scrivere qualcosa.
Poi mi sono accorto che mi succede quasi sempre, con le email: me ne arriva
una di quelle “da rispondere”, e io prendo e rispondo, così, zan zan,
qualsiasi cosa ci debba scrivere sopra.

E allora ieri mi chiedevo: “Come mai, invece, quando mi metto a scrivere un
post, oppure un racconto, o una cosa comunque mia e un minimo esterna dalla
normale amministrazione, ci metto così tanto, mi impunto di frequente,
spesso non scrivo?”.

Cambio discorso: tempo fa ho esaminato il romanzo di una scrittrice
esordiente. Come tutte le bozze di opera prima aveva i suoi pregi e i suoi
difetti, ma c’era un problema abbastanza serio di punteggiatura: punti e
virgole erano buttati lì, come zucchero a velo.

Nella scheda di valutazione ce l’ho scritto, nel modo più diretto e più
simpatico possibile. Ho cercato di essere costruttivo, anche perché se lo
leggi bene ogni romanzo ha uno spunto di genio, e secondo me devi saper
valorizzare quello in modo che chi viene valutato, da quel momento in poi,
dia il meglio di sé.

Qualche giorno dopo questa ragazza mi ha scritto una mail in cui mi
ringraziava, che ci avrebbe lavorato. Una mail perfetta, porco cane, uso
della punteggiatura ineccepibile, sembrava scritta da un’altra persona.

Fine della parentesi, torno al via e riprendo dal tema iniziale, anche se
ormai é evidente perché ho riportato questo episodio.

Come cambiano le cose. All’inizio di questo post volevo fare tutta la
descrizione che hai appena letto per arrivare a dire che la mattina fai
colazione esci compri il pane e sei una persona, poi ti metti a scrivere un
romanzo, o un post, e ti viene la sindrome della divina commedia, cioé la
tendenza, qualunque sia il tuo grado di prolissità, a mettere il fiocco ai
tuoi pensieri per farli più scenografici possibili (e generalmente in questo
caso fai casino).

Adesso non la penso più così, e già questa sarebbe dimostrazione sufficiente
dell’importanza di scrivere. Adesso penso che quando ti metti a scrivere, e
non lo fai per dovere o per scazzo ma per una qualsiasi forma di
manifestazione del tuo interiore, naturalmente commuti su un’altra modalità
di pensiero, passi a un’altra velocità di elaborazione. Nel mio caso, tra
il momento che ho pensato la frase e il momento che l’ho scritta mi sono già
venute in mente una serie corposa di variabili sul tema, di micro correzioni
che comunque ne cambiano il senso. Di più: dal momento in cui mi metto
alla scrivania per scrivere una cosa, fino a quello precedente l’impressione
fisica della parola sullo schermo, ho già moltiplicato i miei punti di vista
e, credo in modo permanente, la mia capacità di percezione della realtà.

E quindi, se trenta righe fa imputavo la mia lentezza dello scrivere, o il mio non scrivere, alla tendenza a fare la ruota di parole come il
pavone dattilografo, adesso mi trovo di fronte a un ’semplice’ problema di punteggiatura interiore. Certo, il risultato è la brutta cosa di non
riuscire a scrivere quanto vorresti, e non sempre nel modo che vorresti,
quindi è necessario che ci lavori.

Provo a dare una soluzione

Finisce qui, non mi ricordo cosa volessi scrivere per darmi una risposta, porca puttana che occasione sprecata

cantina

Date Novembre 1, 2006

bello vedere il blog desolato come una cantina polverosa, ma è tempo di riprenderlo e di riportarlo in vita

Da fare entro dopodomani

1. Portare tutto il vecchiume su www.leparole.net/cantina

2. Reinstallare wordpress qui su moods (che c’è ancora qualcuno che ci viene, ed è ancora sulla mozblogbar… è un peccato)

3. Trovare un tema che mi piace senza indulgere al perfezionismo mio

4. Riaggiornarsi su aggregatori e roba varia per bloggisti (utile col naso tappato, visto che non riescono a starmi simpatici, sti blogger che si congregano)

Will be back soon, stay tuned.

Mi arrendo

Date Gennaio 23, 2006

Come da oggetto… non c’è più niente da fare, neanche più un sito da guardare.  Idee strampalate non me ne vengono e per fortuna arriva il sonno.  Menomale che c’è la preoccupazione di non riuscire ad alzarsi domani per il treno, altrimenti potrei andare a letto quasi placato.

Ma solo per oggi, domani riprovo.  Un giorno o l’altro ci riuscirò pure a impazzire

Oobe

Date Gennaio 18, 2006

L’altro ieri, dopo mesi, la mia prima passeggiata.
Ho letto da qualche parte che bisogna guardarsi le mani. Cioè: tu stai camminando circondato da personaggi imprecisati, calato in una situazione confusa, a volte romanzesca, a volte quotidiana e pallosa, colorata e in bianco e nero e tutta scura allo stesso tempo insomma sei in uno di quei momenti che sei certo che sogni ma sei anche tu, lì, come ti conosci ti riconosci; ma ti svegli per qualche motivo e fine.
Oppure ti guardi le mani, dicono che sia miracoloso per prendere coscienza di te stesso. Dicono che si spegne il macchinario, l’ologramma del sogno svanisce, svanisce il mobilio, svanisce la gente. Rimane solo il teatro di posa vuoto nero e tu che dormi e tu, l’altro tu, ‘quel’ tu, lì. A quel punto se ti concentri…
Non mi sono mai guardato le mani. La prima volta mi è successo che sono tornato a casa ubriaco incallito. Mi sono buttato sul letto e poi all’improvviso la vibrazione, come sulla pista di rullaggio degli aerei; rumore come di vento come di motore come un decollo ma seduto sulla turbina e non sul sedile. Casino mai sentito, e poi la pressione, seicento atmosfere da dentro seicento atmosfere da fuori, come un equilibrio divino: Un pelo di piuma di un’ala di un angelo poteva farmi esplodere.
Poi uno strattone dai piedi, rumore di segheria, clangore di ferro ma io lo sapevo che era l’anima che se ne voleva andare. Ci avevo provato un sacco di volte senza riuscirci, da sobrio. Comunque non era la sbronza.
Da quel giorno tutta discesa e ogni tanto, a intervalli sempre più vicini, quando ha voluto deciderlo lei, la stessa sensazione. Solo lo strattone non c’è più stato, ma per il resto tutto e quella cosa stupenda dell’anima che si stappa dal corpo come la guarnizione di un barattolo ermetico.
Mi ci sono quasi incarognito, ho cominciato ad allenarmi, lo volevo controllare e alla fine, una volta, mi sono passato la mano davanti agli occhi, per dirmi che era vero. Un’emulsione di mano.
Poi mi sono seduto sul letto ed è stato buffissimo, perché mi impigliavo sulle coperte come un uomo di ciccia ma lo sapevo che non era questione.
Poi l’altro ieri mi sono tirato su in piedi. Ho fatto due passi nella mia stanza, con cautela, e sono andato verso la porta. Non sapevo bene come fare, ho mandato avanti la testa e chissà cosa mi aspettavo che succedesse e invece adesso mi sa che c’avrò per sempre l’anima col bernoccolo.
Insomma. C’è gente che vola. A certi livelli puoi andare a Panama solo pensandolo. Ad altri livelli puoi volare nel passato, ad altri ancora nel futuro. Non c’è un limite, dicono.
Io per adesso ho visto me stesso. Mi sono voltato e distrattamente ho visto il letto e c’ero io, nella posizione in cui mi ero addormentato. Se ci ripenso adesso provo una pena infinita: la pena positiva, la compassione amorosa dei latini.
Perché io ero, sì, quello che dormiva, ma non lo ero veramente, come non sono il vestito che appoggio sulla sedia prima di mettermi a letto. E quello lì che dormiva era, come lo posso spiegare, come coperto da una palpebra. Un occhio chiuso coperto da una enorme palpebra, che ancora non vuole guardare.
Prenditi i tuoi tempi, ti aspetto per secoli, ma non sono d’accordo, mi sembra uno spreco.

Ovviamente mi sono svegliato, stavolta. Ma la prossima volta faccio ancora due passi e mi do una carezza.
Magari risolve.

re magi

Date Giugno 12, 2005

Anto stamani se ne stava lì irriconoscibile, con le mani raccolte nel ventre gonfio, con la faccia gonfia suppongo di morfina. Irrimediabilmente morta nella sua bara ed io irrimediabilmente vivo di fronte a lei, tutta intorno la processione di re magi come me presenti a portare in dono qualcosa, almeno un atteggiamento.
Sono stato in piedi lì davanti qualche minuto. Ho pensato tutta la vasta gamma di pensieri del cazzo che si pensano in questi momenti e che nessuno confessa. Non ultimo che non la riconoscevo, che prima era bellissima ed ora, davvero, era proprio un cesso; non ultimo che lì dentro c’era davvero un puzzo che non ci si stava; non ultimo che forse c’era ancora qualcuno che non era stato avvertito e che forse avrei potuto farlo io, per godermi gli allori di portatore di notizie nefaste con l’aria di chi soffre ed è sensibile a queste cose.
Ho pensato anche un sacco di cose belle, lo giuro, perché le volevo bene anche se ci eravamo persi di vista e anche se certe amicizie, quando muoiono davvero, sembra abbiano perso di volume e non sai più che cosa le teneva in piedi.
E’ morta in un paio di mesi di uno di quei cancri meticolosi che non ci capisci un cazzo: arrivano e ti spazzano via. Due mesi, forse uno e mezzo: ti senti un po’ male, decidi di fare le analisi, ci sono strane anomalie, poi metastasi e muori che ancora il dottore deve aprire la busta coi risultati.
Nel frattempo credo abbia sofferto come una cagna, mica per la malattia. Anche per la malattia, ma credo soprattutto per suo figlio di 7 mesi, appena nato, tutto ancora da allattare, da svezzare, da coccolare da sentir parlare da veder camminare, da vantare in giro. Chissà com’è in questi casi sapere che muori.

Poi lei era dentro, sempre morta, immeritevole di essere morta come tutti gli ex vivi; noi eravamo fuori, sempre vivi e per certi versi immeritevoli anche noi. Abbraccio il suo ex compagno distrutto e credo sia la cosa più vera che ho fatto negli ultimi anni.
Un mio amico gli spara a tradimento una frase fatta del cazzo tipo eh la vita e mi aspetto che lui di tutta risposta gli molli un destro sui denti e invece no, interagisce, risponde a tono con la frase migliore che gli viene, e in quel momento capisco quanto tutto sia più semplice di come lo voglio far sembrare; quanto la consolazione sia importante, quanto la compassione, quanto lo stare vicini non importa alla fine quello che dici, basta che ci sei.
Poi lui si soffia il naso, si asciuga le lacrime, e dice la più fatta di tutte: due mesi… bisogna vivere ogni secondo della vita; ed io penso che ha ragione, che non c’è mai stato nessun intellettuale e nessun filosofo e nessuno scienziato che abbia mai avuto più ragione di quanta ne abbia lui adesso.
E mi ricordo che sto buttando via minuti a mani piene; giornate e mesi e anni a nascondere che tutto quello che voglio fare della mia vità è scrivere, scrivere e basta. Consumare penne e sfondare tastiere e riempire quaderni e svuotare pensieri; dar via senza risparmio l’unico patrimonio di cui mi sento veramente in possesso, la mia solitudine il mio dolore e le gioie che ne conseguono.

Poi ce ne andiamo. Mi porto via questo regalo come un remagio al contrario. Ci fumiamo una sigaretta prima di risalire in macchina; passa una carovana per un matrimonio nella stessa chiesa la porta accanto, si consuma la sigaretta, c’è mezzo silenzio mezzo rumore vola una rondine a mezzaria e l’orologio dell’universo non è mai stato così miracolosamente in tempo.

Buon Viaggio

Date Giugno 11, 2005

Stamattina se n’è andata Anto.
Buon viaggio sorella.

#13.0

Date Giugno 1, 2005

Riesci a dire ad alta voce un’eventualità che per certo escludi?

Molto bene

Date Maggio 31, 2005

Ho cancellato per errore il post di ieri, senza possibilità di ricavarlo. Ma come sarebbe che wordpress chiede conferma per la cancellazione dei commenti, e non per quella dei post?
Così imparo a stare senza blog per troppo tempo.

/12.5

Date Maggio 30, 2005

Non puoi essere felice della destinazione se non sei felice del punto di partenza.
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